Bonaventura Milan, Jack sul suo addio ”Potevo ancora dare tanto”

BONAVENTURA MILAN- Giacomo Bonaventura è tornato a parlare di Milan; in una lunga intervista a SportWeek, settimanale de La Gazzetta dello Sport, nel corso della quale ha parlato del suo addio, dei vari allenatori che si sono seduti sulla panchina rossonera e di Ibrahimovic. Queste le sue dichiarazioni:

Sul suo addio: “Potevo ancora dare tanto ma il giocatore e l’uomo il Milan lo ha visto tutto. Mi dispiace non aver avuto lo stesso allenatore per tre o quattro anni, perché è una cosa che ti dà continuità nel lavoro. Invece, ogni nuovo tecnico sembra ti metta sotto esame. Ogni volta ricominci daccapo e questo ti fa perdere un sacco di tempo”.

A un certo punto, il centrocampista ha capito che nel suo futuro non ci sarebbe stato il Milan: “Ho capito che le valutazioni su di me erano cambiate quando mi sono infortunato al ginocchio. Dovevo operarmi, stare fermo fino al termine della stagione e ricominciare con un solo anno di contratto davanti. Una società che ha fiducia in te, ti sottopone il rinnovo appena vede che hai ripreso l’attività. Nel mio caso non è successo. Ci sono state mezze parole, niente di più. Forse è cambiato lo stile Milan, ma ho avuto la sensazione che nei miei confronti non ci fosse la considerazione di cui godevo prima dell’infortunio”.

L’immagine in ginocchio sul prato di San Siro nel post Milan Cagliari:“Non c’era niente di preparato. Ho aspettato che uscissero tutti prima di restare qualche istante per conto mio e guardarmi intorno, ricordare. Ho fatto due passi, ho visto lo stadio come mai mi era capitato: vuoto. E vuoto sembra ancora più grande. Poi mi sono inginocchiato. È stato un momento di intimità tra me e San Siro. Ho provato gratitudine per tutto quello che ho vissuto dentro quell’impianto.  Giocare lì era il mio sogno di bambino. Averlo fatto per sei anni col Milan è stato fantastico”.

Sul ricordo più bello al Milan“Doha, sicuramente. Un trofeo è un premio per tutti quelli che lavorano in società, non solo per allenatori e giocatori, ed è bello vedere la felicità nei loro occhi”.

Su Stefano Pioli: “Con lui all’inizio ho sempre giocato, poi ha cambiato modulo, io sono un po’ calato perché venivo da una lunga inattività ed è finita che ho visto meno il campo”.

Bonaventura Milan, ”Ibra è un grande” e sui vari allenatori rossoneri…

Su Ibrahimovic“È un grande. Quando è arrivato mi ha trasmesso un entusiasmo e una voglia che mi mancavano da un po’. Ho iniziato la stagione che stavo recuperando dall’infortunio al ginocchio del novembre di due anni fa. Non avevo quasi fatto la preparazione precampionato ed ero un po’ giù di tono, non solo muscolare. Quando a gennaio ho visto arrivare Zlatan, mi è tornata la voglia di spaccare il mondo. Io e lui eravamo i due vecchietti della squadra e lui, che pure ha parecchi anni più di me, diceva scherzando che il più vecchio ero io.

Ancora sullo svedese: È entrato in gruppo in punta di piedi, con umiltà, senza pretese, guadagnandosi il rispetto di tutti e con il lavoro e le prestazioni in partita. Quello che fa in campo lo vedono tutti, ma la differenza la fa la sua intelligenza. E non mi riferisco a quella calcistica. E poi è uno molto divertente. Ha dato sicurezza. Lo vedi grande e grosso lì davanti, sai che nei momenti difficoltà puoi buttare la palla su, che ci pensa lui. Ci ha aiutato tanto. La sua presenza ha dato consapevolezza, specie ai più giovani. In allenamento è un terremoto, mette pressione, fa stare tutti più attenti”.

Su Sinisa Mihajlovic: “Un grande. Schietto, diretto. Ricordo la vigilia di una partita in un periodo in cui le cose non andavano bene e la società lo aveva messo sotto pressione. Ci chiamò da parte in tre o quattro e disse: “Se domani perdiamo, mi cacciano. Siete con me o no?”. E noi, in coro: “Con te fino in fondo, mister!”. Miha è un duro, se vede che fai il lavativo ti ammazza. Ma, se ti impegni, ti dà tutto, ti fa stare bene. È una persona onesta”.

Su Gennaro Gattuso: “Somiglia a Mihajlovic. Mi ha fatto sentire importante e io gli ho dato l’anima, dimostrandogli che di me poteva fidarsi. Ma non è stato tutto rose e fuori. Una volta non volevamo andare in ritiro ed è finita che ci siamo ritrovati a discutere io e lui, testa contro testa. Mi voleva ammazzare (ride). Ma Rino è così: si incazza tantissimo sul momento ma finisce lì, non è uno che porta rancore”.

Su Marco Giampaolo: “Ha uno stile suo non fa l’amicone dei giocatori, non è uno che tutti i giorni ti chiama nel suo ufficio a parlare, ma a me andava bene così. Avrebbe avuto bisogno di più tempo per trovare soluzioni di gioco migliori. Io rientravo dall’infortunio e all’inizio non ero pronto, quando lo sono stato gli ho detto: “Mister, fammi giocare, così ti do una mano”. Mi ha dato retta, ma è stato esonerato poco dopo. Sono convinto che col suo sistema avrei potuto fare bene”.